Spazi per l’Arte: Nasce A Milano la Fondazione Carriero

La Fondazione Carriero è giovanissima, nasce nel 2014 e trova casa nel cuore di Milano a pochi passi da Piazza San Babila, in via Cino del Duca 4.

Adiacente al più famoso Palazzo Visconti di Modrone, Casa Parravicini è uno splendido edificio residenziale risalente al ‘400, tra i pochi esempi in città, i cui interni sono stati riadatti nel 1991 da Gae Aulenti per volere del proprietario, imprenditore e collezionista Giorgio Carriero.

In questi spazi verticali, 500mq articolati in otto sale su tre piani, è stata allestita “imaginarii”, uno studio curato da Francesco Stocchi: “intorno alla concezione temporanea dello spazio e della sua esperienza”. La mostra, che mette in relazione attraverso un “trialogo” gli artisti Giovanni Colombo, Giorgio Griffa e Davide Baula, sarà visitabile fino al 13 Dicembre.

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Arte e spazio pubblico: Public art tra successi e fallimenti

Question Question, Alfredo Jaar, Milano 2009

Question Question, Alfredo Jaar, Milano 2009

L’ambiente sociale in cui viviamo influenza la nostra quotidianità ed individualità, definisce le nostre relazioni, le nostre prospettive, la nostra capacità di costruire senso e futuro. In un contesto politico, sociale ed economico di transizione, lo spazio pubblico diventa il luogo di manifestazione del cambiamento, del disagio e delle problematiche che colpiscono il paese.
Il fenomeno globale degli indignados, le proteste di settore – nel caso della cultura, la mobilitazione al PAC di Milano dei “lavoratori dell’arte” -, la nascita di movimenti politici e associazioni locali creati autonomamente dai cittadini attraverso il web, sono solo alcuni esempi legati alla necessità di ristabilire un contatto con il reale, con la vita collettiva dello spazio pubblico, sia esso fisico o virtuale, per agire e prendere posizione rispetto alle problematiche sociali.
Il modello economico capitalista-consumista e le logiche della comunicazione massmediatica appaiono sempre più inadatti alle necessità della popolazione mondiale. Necessità che si radicano ad un livello ben più profondo di quello dell’immagine e del consumo e sembrano esprimersi attraverso una incessante ricerca di controcultura, di un’alternativa valida e positiva al sistema dominante.

Una tendenza che si estende anche al mondo dell’arte, il quale si chiede quale possa essere oggi il ruolo della cultura e della produzione artistica all’interno di questi fondamentali cambiamenti.
Qual’è il contributo reale che le imprese culturali, gli artisti e le associazioni possono dare ad una società così altamente disgregata e diversificata? Come l’arte può migliorare il mondo in cui viviamo? Come può influire positivamente sulla nostra vita, sul nostro quartiere, sul nostro paese?

Il sistema dell’arte è a sua volta influenzato dalle dinamiche di mercato, dalla logica dei big names e degli artisti celebrities, da una produzione su modello seriale che spesso allontana la produzione concreta dalle mani dell’artista togliendo spazio all’elaborazione critica.

Compratori instancabilmente voraci e superficiali che finiscono per considerare la “merce arte” l’unica in grado ancora di offrire loro un bene che resta scarso: quello dei significati.
Con le loro opere, la loro lettura del mondo spesso distante, critica e oppositiva rispetto alle convenzioni sociali dominanti, gli artisti sono generatori di significati ed identità: una merce preziosissima, il cui valore è molto più alto di qualsiasi altro prodotto.
Esempi celebri di questo tipo sono artisti come Damien Hirst e Maurizio Cattelan, le altissime cifre con le quali sono state battute opere come “The Physical Impossibility of Death in the mind of someone living” di Hirst – il famoso squalo da dodici milioni di dollari5-, ed il contributo preponderante dell’immagine e del marketing in questo genere di operazioni, sono l’emblema della consacrazione dell’industria culturale, teorizzata da Theodor Adorno, a servizio della cultura di massa.

Visto da questa prospettiva, il ruolo sociale dell’arte, per secoli votato alla creazione di senso e di valore, di responsabilità e vigilanza intellettuale, sembra lentamente dissolversi all’interno di meccanismi altri, rivolti alla spettacolarizzazione ed alla notiziabilità di opere volutamente provocatorie e perturbanti.
Evidenziare questa tendenza non significa assumere una visione pregiudizievole sull’arte contemporanea oggi e trincerarsi dietro le critiche all’autoreferenzialità e incomprensibilità di forme d’arte lontane dalla vita, dalla società e dal suo stesso pubblico.

Limitarsi a questa lettura, la più mediatica e ovvia, delle esperienze contemporanee, impedisce di approfondire i filoni alternativi, le esperienze altre che da alcuni decenni popolano il mondo dell’arte contemporanea con diverse attitudini, modalità ed obiettivi.
Esiste certamente un filone mainstream, ma esistono esperienze altrettanto importanti, che nel loro essere più vicine ai problemi sociali e politici della nostra contemporaneità, mantengono il legame con la vita e meritano, oggi più che mai, un approfondimento critico che le esponga alla conoscenza e consapevolezza di un pubblico certamente più vasto di quello che fin’ora gli è stato riservato.

Chiedersi quale sia il ruolo sociale dell’arte oggi ed inquadrare il sistema dell’arte contemporanea alla luce di questo presupposto richiede una fotografia che rappresenti entrambe le facce della medaglia. Solo conoscendo in profondità le luci e le ombre di questa fotografia sarà possibile cogliere le reali opportunità, i contributi sostanziali, le problematiche da superare e le dinamiche da evitare.

Per questo lungo ed articolato percorso, ho sentito la necessità di focalizzarmi su quell’area dell’attività artistica contemporanea che, sebbene racchiuda molteplici varietà di modelli, pratiche e significati, viene comunemente ricondotta al termine arte pubblica – public art, per la sua vocazione al rapporto con la sfera pubblica ed il contesto.
Proprio quest’ultima attitudine dell’arte pubblica, ovvero il legame con il territorio, mi ha fatto riflettere sull’importanza di circoscrivere l’area d’indagine all’interno di uno spazio-tempo che fosse per me esperibile concretamente. Per queste ragioni, l’approfondimento ripercorre le tappe dell’arte pubblica in Italia, per contestualizzare l’attuale situazione milanese.

Milano diventa così paradigma per una riflessione più vasta che non mancherà di relazionarsi sia con il sistema culturale italiano che con esperienze internazionali intese come modelli positivi o negativi di riferimento.
La scelta ha giustificazioni molteplici: Milano è la più produttiva e ricca città d’Italia, la sua immagine legata alla moda, al design, alla comunicazione la espone, più di altre città italiane, al contemporaneo. Al contempo, anche Milano subisce le problematiche legate al multiculturalismo, all’economia e ai grandi cambiamenti urbanistici previsti per la grande sfida dell’Expo 2015.
L’obiettivo è comprendere se e come una città così legata all’industria e all’immagine, accolga ed affronti il cambiamento anche attraverso l’arte e le politiche culturali. Un approfondimento che tiene conto delle criticità che non hanno permesso alla città di mantenere il passo con le grandi realtà internazionali di riferimento: l’assenza di un polo museale del contemporaneo, la quasi totale assenza di rete tra le iniziative e le istituzioni, forti limiti progettuali e di budget che si ripercuotono su un’offerta culturale scarsa troppo spesso focalizzata sul rientro economico. Ad una inadeguata gestione gli spazi esistenti, ormai relegati a ruolo di contenitori privi di identità propria – ed è il caso di Palazzo Reale e del Padiglione d’Arte Contemporanea -, si somma l’assenza di istituzioni trainanti di prestigio.

Il leit motiv dell’inorganicità delle politiche culturali milanesi e l’assenza di investimenti insieme alla necessità di ricostruire, ripensare ad un immaginario della città che si impegni a superare queste criticità, richiede di ridurre sensibilmente il conformismo che ruota attorno al concetto di contemporaneo, per aprire la ricerca verso un’idea più vasta di cultura che permetta di individuare gli elementi d’innovazione.
Una città contemporanea non deve temere i cambiamenti, ma comprendere quale tipo di visione vuole assumere per se stessa: se quella glamouros dell’immagine che punta verso l’alto dei grattacieli o quella “drammatica” – nel suo senso etimologico – ovvero legata a ciò che è azione, rottura e cambiamento.
Una città in grado di utilizzare l’arte per dialogare in modo critico con se stessa, che rinuncia in parte al binomio cultura–divertimento per ritrovare l’arte dove non è scontata e ristabilire un rapporto con la sfera pubblica e la partecipazione della cittadinanza.

da “ARTE CONTEMPORANEA, SPAZIO PUBBLICO E INTERAZIONE SOCIALE: L’EVOLUZIONE DELLA PUBLIC ART TRA SUCCESSI E FALLIMENTI” di Elena Lombardo, Tesi di Laurea Magistrale in Arti, patrimoni e mercati della cultura, IULM, Milano 2012.

Maurizio Savini e le sculture di chewingum

Maurizio Savini

Maurizio Savini in mostra alla Fondazione Arnaldo Pomodoro

Il mio primo incontro con Maurizio Savini e’ avvenuto alla grande antologica della fondazione Arnaldo Pomodoro: “La scultura italiana del XXI secolo“, recentemente proposta a soli 5 anni da “La scultura italiana del XX secolo”.

La sua creazione, l’uomo crocifisso rosa chewingum se ne stava li’, appesa alla parete in compagnia del cavallo incastrato di Cattelan, a fissare l’uccellino impagliato sul soffitto e ad addolcire l’aria con il suo aroma fragoloso. Bellissima.

Nato a Roma, dove vive e lavora, Savini si e’ laureato in storia dell’arte e dello spettacolo dopo aver interrotto gli studi in architettura.
Architetto mancato, scenografo, appassionato di cinema e teatro (scrisse la tesi di laurea su Francis Bacon e David Lynch) , Savini deve la notorieta’ alle sue sculture di gomma americana, la prima (una riproduzione della Pistola Uzi) esposta con grande successo alla festa dell’arte del Macro curata da Ludovico Pratesi nel 1997.
Un percorso partito da lontato,  da un’idea e ricerca sul colore rosa:

La cosa più interessante per me era il colore, ho sempre pensato che il rosa fosse un colore del tutto artificiale. Il rosa è di plastica. Andavo alla ricerca di questo, ma non è stato semplice approdare alla gomma da masticare. Poi, come un trovatore, sono incappato nell’applicazione senza cercarla. L’ho trovata casualmente nella spazzatura: cinque scatole di gomme scadute gettate dal tabaccaio sotto casa. (Intervista Inside Art)

Da qui un’intensa ricerca sull’applicazione ed espressione del materiale che, come l’artista sottolinea, in realta’ e’ estremamente duttile, simile alla cera e per questo in grado di essere lavorato con metodi tradizionali.

La tecnica, l’inventiva e il lavoro di assemblamento maniacale, sono per me l’aspetto piu’ interessante della produzione saviniana. L’impatto finale dell’opera e’ infatti cosi’ legato ai sensi (grazie alla forza con cui colpiscono la vista oltre che l’olfatto) da rilegare ad un secondo piano l’idea “poetica” dell’opera,  il suo significato, messaggio o in qualunque modo lo si voglia chiamare.
Questo aspetto richiama lo spettatore solo dopo domande prettamente pratiche come: “e’ fatto di gomme da masticare?!”, “come stanno insieme? E’ un blocco unico? E via di questo passo…

Per soddisfare a queste curiosita’, Savini ha spiegato in piu’ occasioni che si tratta realmente di gomme americane che vengono rimodellate e riscolpite su supporti in fibra di vetro. La gomma viene sezionata, ad esempio in base al colore e dimesione, e scaldata con dei phon industriali che ne permettono l’assemblemento.
Per quanto riguarda la conservazione, se la volonta’ iniziale dell’artista era quella di creare opere deperibili emblema della societa’ dei consumi, il cambio di direzione avvenuto qualche anno dopo, lo ha spinto ad assoldare un chimico che partito dalla analisi in laboratorio dei costituenti della chewingum, ha elaboratoper lui dei fissativi utili a mantenere intatti questi lavori certosini.
In breve, le opere dopo il completamento vengono dunque tutte trattate con antibiotici e formaldeide.
Per inciso. Un tema, quello della conservazione dell’arte contemporanea, attuale piu’ che mai, si pensi agli animali di Damien Hirst o alla tassidermia di Maurizio Cattelan.

L’uso del materiale simbolo: ” La gomma da masticare fu introdotta in Italia  con i jeans, le calze di nylon e il boggie-woogie dei soldati americani durante la liberazione”  si e’ negli anni abbinata ai piu’ diversi soggetti, approdato infine ad una lunga rappresentazione di animali inseriti nei piu’ svariati contesti.

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La scelta, che appare chiara, e’ quella di accostare uomo-animale, natura-societa’ dei consumi, progresso- sostenibilita’ ambientale per trattare quei temi d’attualita’ che interessano e colpiscono l’uomo contemporaneo.

Nella mostra “Tomorrow” – spiega Savini – mi interessava dare una visione d’insieme su un domani vicino. Ho fatto un lavoro sull’economia, sulla geopolitica, sugli spostamenti che non vengono segnati sulle carte geografiche, di quei piccoli stati che si creano all’interno di altri stati, all’interno delle grandi città. L’Europa è un grosso contenitore di piccoli stati, è un paese giovane e gli spostamenti creano conflitti razziali e tensioni, come in Italia». «Da Oredaria – continua – parlo della figura del manager, soggetto che realizzo da anni. C’è in questa sorta di lavatoio ricreato nella galleria romana l’allusione all’uomo d’affari “ambientale” che non si occupa di ambiente, ma di trarre profitti con un nuovo modo di far circolare il denaro, una visione utopistica, anarchica e certo non specialistica, ma in cui credo. Anche in questo caso ho utilizzato quello che mi serviva che non è necessariamente solo la gomma americana.

Tutto questo ma non solo, oltre a parlare della condizione dell’uomo contemporaneo all’interno della societa’, Savino si concentra anche su quesiti per cosi dire piu’ “esistenziali”.

In una delle sue opere piu’ famose e discusse, il Grizzly che spia dall’occhiolino della porta, Savini gioca con i piani d’osservazione, inserendo in uno spazio tridimensionale un paesaggio bidimensionale che disorienta lo spettatore, dentro e fuori si mescolano, ci si chiede se si osserva o si e’ osservati, l’orso spinge la porta per uscire o spia chi e’ fuori e vuole entrare?

Insomma, come accade spesso con l’arte, contemporanea soprattutto, le interpretazioni tendono matematicamente all’infinito.
In realta’, ascoltando le interviste di Savinio e vedendo le sue opere, ci si accorge di come tutto il suo lavoro sia estremante semplice ed accessibile e di quanto non richieda faticose congetture.
Basta davvero uno sguardo per rimanerne stupiti!

Sophie Calle – Tra visibile e invisibile

 "Il bello e' stato il mio piu' grande dolore"

“Les Aveugles” 1986

La sincerità è in un certo qual modo un valore. Una qualità indispensabile. Un requisito determinante. Nella vita come nell’arte, la sincerità o l’insincerità di un gesto cambia il modo in cui esso viene recepito, assimilato, apprezzato e ricordato.

Ma se nella vita la si pretende, nell’arte la sincerità non sempre è richiesta. Esiste la fiction, esiste il cinema, esiste l’aspetto creativo a cui tutto è concesso.

Una pensata che non vi sembrerà un granchè. Un aspetto poco rilevante rispetto a tutto quello che un’immagine ci può dare…cosa conta infondo la sincerità di un opera e soprattutto cosa s’intende per sincerità?

Bene, Denys Riout, insegnante di storia dell’arte moderna e contemporanea ci ha posto il problema in uno dei suoi libri, forse la cosa non mi avrebbe colpito particolarmente se non fosse stata buttata li riguardo ad un opera che al contrario mi ha colpito tantissimo.

Sophie Calle con “Les Aveugles” 1986 ha “raccontato”, e Riout ha espresso le sue riserve rispetto alla veridicità del racconto, il concepimento e l’eleborazione della sua installazione. Il sunto, la linea è questa: nella vita l’invisibile conta quanto il visibile, il silenzio come le parole, le sfumature di grigio come i colori netti, le lacrime come i sorrisi. Il buio come la luce.

La bellezza non è che una rappresentazione mentale.

Come rappresentare, come comunicare la forza e la bellezza del’invisibile? L’idea di Sophie è semplice ma d’impatto: ha chiesto ha 18 ciechi dalla nascita di descriverle l’immagine, l’idea che hanno della bellezza. Raccolto le descrizioni, quindi dopo un percorso conoscitivo e emotivo con chi si è prestato alla creazione dell’opera, Sophie ha costruito la sua installazione con diversi elementi:  fotografie in primo piano delle persone “intervistate”, la trascrizione dattiloscritta del loro racconto e accanto  una fotografia, riproduzione arbitraria dell’artista, dell’idea di bellezza degli intervistati.

Tra loro, uno degli uomini ha detto: “Il bello è stato il mio più grande dolore”, e così lo scaffale accanto, il posto destinato alla riproduzione, è rimasto vuoto. Un vuoto ed un dolore per noi incomprensibili.

Qui il video girato con l’artista all’installazione.