anatomia dell'irrequietezza

Pure Beauty

Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro. […]
Sono scandaloso. Lo sono nella misura in cui tendo una corda, anzi un cordone ombelicale,
tra il sacro e il profano.

Pier Paolo Pasolini

Egon Schiele

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Arte e spazio pubblico: Public art tra successi e fallimenti

Question Question, Alfredo Jaar, Milano 2009

Question Question, Alfredo Jaar, Milano 2009

L’ambiente sociale in cui viviamo influenza la nostra quotidianità ed individualità, definisce le nostre relazioni, le nostre prospettive, la nostra capacità di costruire senso e futuro. In un contesto politico, sociale ed economico di transizione, lo spazio pubblico diventa il luogo di manifestazione del cambiamento, del disagio e delle problematiche che colpiscono il paese.
Il fenomeno globale degli indignados, le proteste di settore – nel caso della cultura, la mobilitazione al PAC di Milano dei “lavoratori dell’arte” -, la nascita di movimenti politici e associazioni locali creati autonomamente dai cittadini attraverso il web, sono solo alcuni esempi legati alla necessità di ristabilire un contatto con il reale, con la vita collettiva dello spazio pubblico, sia esso fisico o virtuale, per agire e prendere posizione rispetto alle problematiche sociali.
Il modello economico capitalista-consumista e le logiche della comunicazione massmediatica appaiono sempre più inadatti alle necessità della popolazione mondiale. Necessità che si radicano ad un livello ben più profondo di quello dell’immagine e del consumo e sembrano esprimersi attraverso una incessante ricerca di controcultura, di un’alternativa valida e positiva al sistema dominante.

Una tendenza che si estende anche al mondo dell’arte, il quale si chiede quale possa essere oggi il ruolo della cultura e della produzione artistica all’interno di questi fondamentali cambiamenti.
Qual’è il contributo reale che le imprese culturali, gli artisti e le associazioni possono dare ad una società così altamente disgregata e diversificata? Come l’arte può migliorare il mondo in cui viviamo? Come può influire positivamente sulla nostra vita, sul nostro quartiere, sul nostro paese?

Il sistema dell’arte è a sua volta influenzato dalle dinamiche di mercato, dalla logica dei big names e degli artisti celebrities, da una produzione su modello seriale che spesso allontana la produzione concreta dalle mani dell’artista togliendo spazio all’elaborazione critica.

Compratori instancabilmente voraci e superficiali che finiscono per considerare la “merce arte” l’unica in grado ancora di offrire loro un bene che resta scarso: quello dei significati.
Con le loro opere, la loro lettura del mondo spesso distante, critica e oppositiva rispetto alle convenzioni sociali dominanti, gli artisti sono generatori di significati ed identità: una merce preziosissima, il cui valore è molto più alto di qualsiasi altro prodotto.
Esempi celebri di questo tipo sono artisti come Damien Hirst e Maurizio Cattelan, le altissime cifre con le quali sono state battute opere come “The Physical Impossibility of Death in the mind of someone living” di Hirst – il famoso squalo da dodici milioni di dollari5-, ed il contributo preponderante dell’immagine e del marketing in questo genere di operazioni, sono l’emblema della consacrazione dell’industria culturale, teorizzata da Theodor Adorno, a servizio della cultura di massa.

Visto da questa prospettiva, il ruolo sociale dell’arte, per secoli votato alla creazione di senso e di valore, di responsabilità e vigilanza intellettuale, sembra lentamente dissolversi all’interno di meccanismi altri, rivolti alla spettacolarizzazione ed alla notiziabilità di opere volutamente provocatorie e perturbanti.
Evidenziare questa tendenza non significa assumere una visione pregiudizievole sull’arte contemporanea oggi e trincerarsi dietro le critiche all’autoreferenzialità e incomprensibilità di forme d’arte lontane dalla vita, dalla società e dal suo stesso pubblico.

Limitarsi a questa lettura, la più mediatica e ovvia, delle esperienze contemporanee, impedisce di approfondire i filoni alternativi, le esperienze altre che da alcuni decenni popolano il mondo dell’arte contemporanea con diverse attitudini, modalità ed obiettivi.
Esiste certamente un filone mainstream, ma esistono esperienze altrettanto importanti, che nel loro essere più vicine ai problemi sociali e politici della nostra contemporaneità, mantengono il legame con la vita e meritano, oggi più che mai, un approfondimento critico che le esponga alla conoscenza e consapevolezza di un pubblico certamente più vasto di quello che fin’ora gli è stato riservato.

Chiedersi quale sia il ruolo sociale dell’arte oggi ed inquadrare il sistema dell’arte contemporanea alla luce di questo presupposto richiede una fotografia che rappresenti entrambe le facce della medaglia. Solo conoscendo in profondità le luci e le ombre di questa fotografia sarà possibile cogliere le reali opportunità, i contributi sostanziali, le problematiche da superare e le dinamiche da evitare.

Per questo lungo ed articolato percorso, ho sentito la necessità di focalizzarmi su quell’area dell’attività artistica contemporanea che, sebbene racchiuda molteplici varietà di modelli, pratiche e significati, viene comunemente ricondotta al termine arte pubblica – public art, per la sua vocazione al rapporto con la sfera pubblica ed il contesto.
Proprio quest’ultima attitudine dell’arte pubblica, ovvero il legame con il territorio, mi ha fatto riflettere sull’importanza di circoscrivere l’area d’indagine all’interno di uno spazio-tempo che fosse per me esperibile concretamente. Per queste ragioni, l’approfondimento ripercorre le tappe dell’arte pubblica in Italia, per contestualizzare l’attuale situazione milanese.

Milano diventa così paradigma per una riflessione più vasta che non mancherà di relazionarsi sia con il sistema culturale italiano che con esperienze internazionali intese come modelli positivi o negativi di riferimento.
La scelta ha giustificazioni molteplici: Milano è la più produttiva e ricca città d’Italia, la sua immagine legata alla moda, al design, alla comunicazione la espone, più di altre città italiane, al contemporaneo. Al contempo, anche Milano subisce le problematiche legate al multiculturalismo, all’economia e ai grandi cambiamenti urbanistici previsti per la grande sfida dell’Expo 2015.
L’obiettivo è comprendere se e come una città così legata all’industria e all’immagine, accolga ed affronti il cambiamento anche attraverso l’arte e le politiche culturali. Un approfondimento che tiene conto delle criticità che non hanno permesso alla città di mantenere il passo con le grandi realtà internazionali di riferimento: l’assenza di un polo museale del contemporaneo, la quasi totale assenza di rete tra le iniziative e le istituzioni, forti limiti progettuali e di budget che si ripercuotono su un’offerta culturale scarsa troppo spesso focalizzata sul rientro economico. Ad una inadeguata gestione gli spazi esistenti, ormai relegati a ruolo di contenitori privi di identità propria – ed è il caso di Palazzo Reale e del Padiglione d’Arte Contemporanea -, si somma l’assenza di istituzioni trainanti di prestigio.

Il leit motiv dell’inorganicità delle politiche culturali milanesi e l’assenza di investimenti insieme alla necessità di ricostruire, ripensare ad un immaginario della città che si impegni a superare queste criticità, richiede di ridurre sensibilmente il conformismo che ruota attorno al concetto di contemporaneo, per aprire la ricerca verso un’idea più vasta di cultura che permetta di individuare gli elementi d’innovazione.
Una città contemporanea non deve temere i cambiamenti, ma comprendere quale tipo di visione vuole assumere per se stessa: se quella glamouros dell’immagine che punta verso l’alto dei grattacieli o quella “drammatica” – nel suo senso etimologico – ovvero legata a ciò che è azione, rottura e cambiamento.
Una città in grado di utilizzare l’arte per dialogare in modo critico con se stessa, che rinuncia in parte al binomio cultura–divertimento per ritrovare l’arte dove non è scontata e ristabilire un rapporto con la sfera pubblica e la partecipazione della cittadinanza.

da “ARTE CONTEMPORANEA, SPAZIO PUBBLICO E INTERAZIONE SOCIALE: L’EVOLUZIONE DELLA PUBLIC ART TRA SUCCESSI E FALLIMENTI” di Elena Lombardo, Tesi di Laurea Magistrale in Arti, patrimoni e mercati della cultura, IULM, Milano 2012.

Christo a Milano – Festival del Nouveaux Réalisme, 1970

Christo, Milano - 1970. Festival Nouveaux Réalisme

La gente si chiedeva: cosa significa tutto questo? E’ uno scherzo? E’ una presa in giro? E’ una ‘balossada’ antimonarchica o addirittura antirisorgimentale? Qualcuno ha pensato ai restauri. Altri a una protezione contro l’inquinamento atmosferico. Altri addirittura a un imballo per spedire il monumento a Torino (L’è la Fiat che l’ha compràà!’). L’altra sera ho sentito un breve dialogo tra due, appunto in Piazza: ‘Sont andàa a vedè quella troionada’. E l’altro: ‘Se l’è?. Risposta: ‘L’è un giapones che l’ha fàa Gesù’ (confondendo col nome Christo)”

Dino Buzzati, Polemiche per il re “impacchettato”, “Corriere della Sera”, 26 novembre 1970 

Il Terzo Paradiso

Michelangelo-Pistoletto, Venere degli stracci

Michelangelo-Pistoletto, Venere degli stracci

 

Che cos’è il Terzo Paradiso? È la fusione tra il primo ed il secondo paradiso. Il primo è il paradiso in cui la vita sulla terra è totalmente regolata dalla natura. Il secondo è il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana attraverso un processo che ha raggiunto oggi proporzioni globalizzanti. Questo paradiso è fatto di bisogni artificiali, di prodotti artificiali, di comodità artificiali, di piaceri artificiali e di ogni altra forma di artificio. Si è formato un vero e proprio mondo artificiale che, con progressione esponenziale, inquina, ammorba e corrode il pianeta naturale ingenerando processi irreversibili di estinzione. Il pericolo di una tragica collisione tra queste due sfere è ormai annunciato in ogni modo. Il progetto del Terzo Paradiso consiste nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra. Terzo Paradiso significa il passaggio ad un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza. Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale. Con il Nuovo Segno d’Infinito si disegnano tre cerchi: quello centrale rappresenta il grembo generativo del Terzo Paradiso.

Il Terzo Paradiso – Michelangelo Pistoletto, 2003

Incontri. Remo Bodei

Bacio di confine - Alessandro Bergonzoni

Bacio di confine - Alessandro Bergonzoni

“Come ha osservato Jean Clair, milioni di “curiosi rumorosi e indifferenti” circolano nelle sale dei musei, “senza essere in grado di capire, di leggere ciò che hanno sotto gli occhi, che è la loro storia, il loro passato, la loro fede, le loro lotte”.
Da giovane, il filosofo francese Georges Bataille aveva paragonato i musei ai polmoni della città verso i quali i cittadini si dirigono, al pari del sangue, per uscirne purificati, con una maggiore ossigenazione della mente e del cuore. Forse, immaginare questa catarsi diffusa, è oggi pretendere troppo dai musei, ma è certo che essi lanciano dei semi nell’animo di tutti e, se questi cadono nel terreno buono, sono capaci di modificare il loro modo di sentire e di pensare. Anche se la loro presenza aumenta indubbiamente il tasso di socializzazione e di acculturazione, vi sono tante resistenze da vincere e non si può esigere che tutti ricevano delle illuminazioni profane sul senso della vita frequentando i musei.
Moltiplicando i punti e le occasioni d’incontro, basterebbe far capire, con pazienza, che l’arte e la bellezza non sono un lusso e che l’assuefazione al brutto, la sciatteria o l’indifferenza rispetto a ciò che ci circonda, abitua alla passività, ci rende peggiori, come individui e come collettività, di quel che potremmo essere.”

Remo Bodei, 2011